Ritratto del buon sacerdote

      A voler ripercorrere a grandi linee il lunghissimo cammino compiuto nei secoli dal sacerdote, ci s’imbatte inevitabilmente in epoche, nelle quali egli ha svolto funzioni sociali diverse l’una dall’altra: da figura di riferimento e di sostegno, non solo religioso, di quanti in epoca medievale vivevano sparsi per le campagne, è passato, nel corso del Settecento e dell’Ottocento, a fungere, nei fastosi palazzi nobiliari, da istitutore dei rampolli dell’aristocrazia, anche per la necessità di assicurarsi una personale sistemazione. Emblematici risultano al riguardo gli esempi offerti dal caso Parini e dalle vicende delle famiglie Manzoni e Leopardi.

   Nell’epoca della guerra fredda e della divisione del mondo in paesi comunisti e paesi cosiddetti occidentali, al sacerdote, per la sua evidente propensione alla vicinanza ai ceti privilegiati, toccò di essere generalmente percepito da quelli popolari con senso di distacco e di estraneità. Detta contraddittoria percezione sociale della sua figura fu soprattutto favorita dal clima politico, particolarmente arroventato, di quegli anni e dal fatto che il principale partito degli operai e dei contadini veniva dipinto a tinte fosche come il partito dei senza Dio e degli emissari del comunismo sovietico. Ma molto probabilmente, per quanto possa sembrare strano, fu la sua stessa origine popolare ad indurre il sacerdote dell’epoca ad assumere un atteggiamento ossequioso nei confronti della media e alta borghesia.

     Da un lato, il Concilio Vaticano II° e la rilevante evoluzione culturale, civile e politica, alla quale il Paese andò incontro negli anni del boom economico e della sempre più capillare diffusione dell’istruzione; dall’altro, il clamoroso sfascio del fallimentare e contraddittorio sistema sovietico e dei suoi Paesi satelliti e il graduale tramonto delle forti ideologie novecentesche, furono invece all’origine di una diversa fisionomia del sacerdote, la quale cominciò essenzialmente  a caratterizzarsi per una sempre più evidente apertura ideologica e culturale e per l’impegno nella difesa dei soggetti emarginati e nel contrasto delle piaghe sociali dell’epoca.

       Dopo essersi occupato della sola somministrazione dei sacramenti e aver dedicato parte del suo tempo anche all’insegnamento della Religione nelle scuole  – compito oggi interamente affidato a insegnanti laici –  la figura del sacerdote ha subito, negli ultimi decenni del secolo scorso, un radicale cambiamento, che lo ha visto trasformarsi gradualmente in una sorta di operatore sociale, tutto intento a venire incontro, attraverso lodevoli iniziative, alle più diverse esigenze delle famiglie della propria parrocchia e ad offrire a ragazzi e giovani preziose occasioni formative per un più proficuo impiego del loro tempo libero. Detta trasformazione si deve essenzialmente al cambio generazionale, che ha visto accostarsi al sacerdozio giovani forse meno addentro alla cultura classica rispetto ai sacerdoti di un tempo, ma senz’altro più aggiornati di questi nelle scienze sociali e nell’analisi della postmodernità e delle sue difficili problematiche.

       Nel frattempo le profonde trasformazioni avvenute nel campo del costume e della mentalità hanno investito il mondo religioso dei fedeli, determinando un loro sempre maggiore distacco dalla vita della chiesa. Numerosi sono così via via diventati coloro, per i quali l’incontro col sacerdote non avviene che in rade e sporadiche occasioni, come quella di un matrimonio o di un funerale, poiché i più, pur continuando a proclamarsi credenti, non prendono più parte alcuna alla realtà della propria parrocchia, limitandosi ad esprimere la propria Fede, se così si può definire, solo in occasione delle solenni circostanze delle annuali festività, in cui la stessa assume i plateali tratti della mera festosità e della superficiale cerimoniosità. Per cui è ormai da tanto che al sacerdote si offre dinanzi a sé il brutto spettacolo della chiesa vuota, che costituisce nel contempo una difficile sfida per il suo ministero.

       Tuttavia, per quanto la cultura e la società siano caratterizzate da una sempre più estesa diffusione del processo di secolarizzazione e della mentalità edonistico-materialistica, grande risulta a tutt’oggi la considerazione che comunemente la società attribuisce alla figura del sacerdote. Ne è prova il fatto che a nutrire rispetto nei suoi confronti sono credenti e non, specie da quando lo stesso, dalla chiesa postconciliare in poi, si guarda bene dal farsi automaticamente identificare come un qualsiasi aderente del più grosso Partito di maggioranza, come è avvenuto per tanti anni. Ed è finito pure il tempo in cui si provava timore a manifestare un orientamento politico opposto a quello che era tradizionalmente seguito dai preti; come avvenne al sottoscritto, al quale, quando frequentava la scuola elementare in un Istituto retto da suore, il genitore raccomandava di non lasciarsi sfuggire che egli era un operaio comunista.

      Certo, tratteggiare la figura del sacerdote in un tempo in cui il loro numero scarseggia sempre più, induce, per via del tutto naturale, a grande prudenza e magnanimità nei suoi confronti. Come si sa, al sacerdote è unanimemente ascritta una responsabilità educativa di carattere generale, che risulta già implicita nella sua funzione evangelizzatrice, la quale fa di lui un educatore dalla forza molto più incisiva di qualunque altro. Una seconda specificità del sacerdote, dal punto di vista educativo, si coglie nel fatto che la sua funzione si dispiega comunemente su una platea di soggetti alquanto eterogenea per età e per livello socio-culturale. E, per l’unicità e l’esemplarità che ne contraddistinguono la figura, ogni suo atto e comportamento viene quasi istintivamente osservato e giudicato dai fedeli.

       Ma vale soprattutto per lui, forse più che per gli altri istituzionali educatori, la raccomandazione che la funzione educativa sia sempre esercitata attraverso la concretezza del comportamento e la forza dell’esempio. Se ad un educatore qualsiasi la gente non è disposta a perdonare alcuna manchevolezza o difetto, non risulta neppure immaginabile che un sacerdote possa incorrere in un, sia pur piccolo, errore, e per la grandissima considerazione sociale di cui gode, e per la Fede da cui la sua vita si suppone debba essere continuamente illuminata.

       Il profondo rispetto e l’ammirazione con cui solitamente si guarda al sacerdote derivano, oltre che dalla sacralità del ministero da lui esercitato, dall’eroica scelta del celibato, considerato come l’immancabile precondizione alla sua assoluta dedizione alla Chiesa, e dal voto di castità, ancor più difficile da ottemperarsi del divieto di contrarre matrimonio, in quanto investe la sfera più intima e segreta della coscienza e dell’affettività. Si può, infatti, essere celibe e non risultare per nulla fedeli alla castità, specie al giorno d’oggi, in cui essa risulta insidiata e sfidata di continuo, anche nel chiuso delle pareti domestiche, da innumerevoli occasioni tentatrici. Come non è assolutamente casuale che a coloro i quali siano venuti meno al voto di castità, si riservi perlopiù un disprezzo assoluto e nessuna possibilità di appello. D’altra parte, con la disoccupazione dilagante, se si consentisse ai sacerdoti di sposarsi, quello sacerdotale si trasformerebbe in un semplice mestiere come tanti altri.

       A fare comunque un buon sacerdote sono, innanzitutto, le doti dell’umiltà, della naturalezza, dell’amorevolezza e della carità, le quali sono facilmente percepite e apprezzate da tutti i fedeli, sia giovani che vecchi, sia titolati che analfabeti. Mentre a contrastare nettamente col suo ministero sono la superbia, la vanità, l’indifferenza e l’ipocrisia, altrettanto facilmente percepibili, anche da parte del fedele più semplicione e sprovveduto. Alla bocca del sacerdote non si attagliano affatto né le espressioni volgari, né tantomeno gli ammiccamenti al sesso, per quanto qualcuno di essi possa ingenuamente illudersi di suscitare attraverso gli stessi ilarità in coloro che lo ascoltano o di guadagnarsi la patente di persona allineata alle tendenze più in voga del momento. La verità è che dette volgarità e allusioni servono solo a generare nel pubblico dei fedeli, anche in quelli che sembrano “fare buon viso”, disorientamento, turbamento e, a lungo andare, assoluta disistima nei confronti della chiesa tutta.

        Per la marcata eterogeneità culturale che normalmente caratterizza i gruppi dei fedeli, il buon sacerdote, nel corso della sua omelia, punta, innanzitutto, a farsi comprendere dai più e a seguire l’esempio di Gesù, che s’immedesimava sempre nell’ultimo dei suoi ascoltatori. Buon sacerdote è, cioè, colui che, nel corso dell’omelia, riesce a coniugare, senza tanta fatica, la profondità e l’intensità dei concetti che esprime col massimo della semplicità e della chiarezza, così da farsi intendere da ogni fedele. L’omelia deve puntare a raggiungere un perfetto equilibro tra l’esigenza di elevare il livello della trattazione e quella di non fare scadere la stessa in uno stile trasandato e inadeguato agli argomenti affrontati. L’autocompiacimento, così come la ricerca della gratificazione a buon mercato, non sono ammissibili nel sacerdote, in quanto palesi sintomi di vanità e di amor proprio.

      Ma la suprema dote del buon sacerdote, senz’altro la più preziosa di tutte, resta pur sempre quella della viva e autentica Fede, l’unica in grado d’irradiare odore di santità tra i suoi fedeli, di infondergli tanta forza e di non fargli mai sentire la solitudine, neppure quando, ormai perduti i genitori, si troverà a vivere in una casa vuota.  Dalla Fede egli attingerà la linfa del sempre vivo fervore, di cui ha tanto bisogno, perché il suo ministero non scada nella monotonia, nella routine e nella mestierizzazione.

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