Com’era la tv di una volta

      Alla luce di quanto affermato nel precedente articolo, a fungere da spartiacque tra la nuova e la vecchia televisione è stata la nascita della tv privata, rea, se così si può dire, di aver contagiato con le sue scelte e i suoi prodotti la cosiddetta tv di Stato, abbassandone fortemente i livelli di qualità. Per effetto del regime di concorrenza, cambiò la funzione stessa della televisione pubblica che, per non vedersi superata negli indici di ascolti dalla TV commerciale, non si curò più di mantenere in piedi la tradizionale funzione pedagogica. Prima del 1976 la televisione italiana, infatti, muovendo dal presupposto di essere un servizio pubblico, puntava a realizzare programmi, che appartenevano a generi ben precisi ed erano essenzialmente finalizzati a “catturare e/o conservare il consenso degli spettatori-cittadini che dalla tv traevano le notizie (e, soprattutto, il modo di valutarle), un sano divertimento (su cui interveniva un’oculata censura) e una infarinatura di cultura popolare ma seria.”[1]

       Insomma, la tv come “servizio pubblico” venne pensata non solo come occasione di “intrattenimento”, ma anche e soprattutto come strumento di “educazione e informazione”. In altre parole, si riteneva che essa potesse e dovesse aiutare a combattere l’ignoranza derivante dal diffuso analfabetismo. E, di fatto, la stessa contribuì a creare una lingua nazionale, molto più di quanto sia stata in grado di fare negli stessi anni la scuola dell’obbligo. Memorabile in tal senso fu il programma “Non è mai troppo tardi“, che fu affidato nei primi anni ’60 all’abilissimo maestro Alberto Manzi e col quale la Rai intese combattere proprio l’analfabetismo adulto. Essendo il televisore a quell’epoca poco diffuso nelle case, furono creati in tutta Italia qualcosa come 2500 punti di ascolto, costituiti da circoli ricreativi, associazioni culturali e parrocchie, che furono allo scopo dotati di un apposito apparecchio per la ricezione di detto programma.

       Negli altri Paesi europei invece la tv poteva già contare su un livello medio di scolarizzazione, per cui anche coloro che non leggevano alcun quotidiano o libro erano in grado d’informarsi su quanto accadeva nel mondo. In Italia, nei primi anni, quando il numero degli abbonati era ancora piuttosto basso, accadeva che nelle case in cui c’era un televisore si raccogliesse il vicinato per vedere la tv; che è uno dei ricordi più vivi dell’infanzia di chi scrive. Il costo dell’apparecchio televisivo era tale che pochissime famiglie allora se lo potevano permettere. Quando la televisione comincerà ad entrare nelle case degli Italiani, essa assumerà quel carattere, definito da P. Ginsborg, storico dell’età contemporanea, “fondamentalmente atomizzante”. Cioè, “mano a mano che le famiglie si dotavano di un proprio apparecchio, l’abitudine di guardare la televisione al bar o dal vicino di casa tendeva a scomparire; nei nuovi palazzi alle periferie della città, ognuno guardava la televisione a casa propria. Questo impressionante sviluppo accentuò naturalmente la tendenza ad un uso passivo e familiare del tempo libero, a scapito, di conseguenza, dei passatempi a carattere collettivo e socializzante”.[2]

        La serata di punta della neonata tv era costituita dalla prosa del venerdì, e il primo divo della tv fu Giorgio Albertazzi,  al quale era affidato il compito di leggere novelle. Mentre il più atteso programma del sabato sera era Il Musichiere che, nato nel 1957, si protrasse per ben 90 puntate e in esso i concorrenti dovevano riconoscere un brano musicale ascoltando solo le sue prime note e correre per dare la risposta. Inizialmente i programmi duravano in tutto solo 4 ore. La pubblicità non esisteva: “Carosello”, la famosa trasmissione interamente dedicata alla pubblicità-spettacolo, prenderà il via nel ‘57. Nei giorni feriali le trasmissioni iniziavano alle 17,30 con la “Tv dei ragazzi“, che durava 90 minuti; poi s’interrompevano, per riprendere col tg delle 20,45, e durare sino alle 23 con la replica del tg. La domenica invece s’iniziava alle 11.

          Nel ’61 si provvide a dotare le trasmissioni televisive di un secondo canale e la giornata televisiva si prolungò fino a quasi 11 ore. Dal ’54 al ’61 la quota di programmi dedicati allo spettacolo si abbassò dal 51% al 21,8%, mentre quella culturale salì dal 21% al 48,8% (stabile quella informativa: 30%). Col termine “cultura”, a tutt’oggi, s’intende in tv la fiction di tipo teatrale: prosa, lirica, originali tv, racconti e romanzi sceneggiati. Mentre assai pochi risultavano i film, i telefilm, i cartoni, anche perché i produttori non erano disposti a concedere alla tv i diritti di trasmissione. Molti i classici letterari trasmessi in tv: Delitto e castigo, Orgoglio e pregiudizio, L’idiota, Umiliati e offesi, Piccolo mondo antico, proprio perché la cultura per eccellenza veniva considerata quella umanistica. A. Grasso, a tal proposito, ha affermato che “con molta serenità, qualunque sia l’opinione che nel corso del tempo ciascuno di noi abbia formulato sui vertici dell’azienda, dobbiamo riconoscere che la RAI dei primi anni Sessanta rimane il più formidabile progetto culturale elaborato dal pensiero cattolico in Italia nel campo della comunicazione”.[3]

       I film venivano sempre introdotti da una breve presentazione; si trattava di titoli mai recenti e non sempre di grande interesse. Nel ’59 si ridurranno a 86 titoli in tutto. Una pratica questa che, vista col senno del poi, si rivelerà utilissima per la salvaguardia, in primo luogo, della qualità del prodotto cinematografico, dal momento che i pochi film selezionati erano accuratamente scelti, tenendo presente, oltre che la qualità intrinseca del film proposto, la varietà propria del pubblico televisivo, diverso sia per età che per livello socio-culturale. In secondo luogo, così facendo, non venivano colpiti gli interessi e i guadagni delle sale cinematografiche, come accadrà invece nell’epoca della neo-tv, durante la quale la quasi totalità delle stesse, specie quelle di provincia – dopo la breve parentesi dei film a luci rosse, che servirono a mantenerle in vita per qualche anno ancora –  furono costrette a chiudere i battenti per la devastante concorrenza televisiva.

        Ciò che a quei tempi rendeva la tv molto popolare era comunque l’intrattenimento. Uno dei programmi che riuscì a scatenare entusiastici consensi fu “Lascia o raddoppia?”, nato su imitazione di un programma francese. Un altro spettacolo di grande successo è stato “Un due e tre“, i cui protagonisti – i comici Tognazzi e Vianello – furono espulsi dalla Rai per aver osato prendere in giro il Presidente della Repubblica. Ma la trasmissione più seguita di tutte, a differenza di oggi, restava pur sempre il telegiornale, seguito dal 70% degli utenti.

        Dal punto di vista politico, la gestione della Rai fu democristiana, per tutto il tempo nel quale ovviamente la D.C dominò  nello scenario governativo. Il principio-guida a cui risultava ispirata la logica del tempo era il seguente: “I Partiti hanno i giornali, il Governo ha la Rai”. Fino al 1960 nessun leader di partito ha mai parlato in tv, eccetto che nel corso delle periodiche e compassate Tribune Politico-elettorali dell’epoca. Certo, col senno del poi e facendo una comparazione tra la tv di allora e quella di oggi, bisogna rilevare che la televisione del periodo in esame, rispetto a quella odierna, interamente dominata dalla logica della lottizzazione partitica, è stata per certi versi ideologicamente meno invadente e più rispettosa degli altrui orientamenti. Insomma, è il caso di concludere che, per quanto riguarda la realtà televisiva, “si stava meglio, quando si stava peggio”; per non parlare degli odierni talk show politici, faziosi al massimo e di continuo protesi ad estremizzare le diverse posizioni attraverso l’elevazione dei toni e le immancabili liti, al fine di elevare gli indici di ascolto.    

 

 

 

      

[1]LIVOLSI  M., La realtà televisiva. Come la Tv ha cambiato gli italiani, Laterza, Bari, 1998, p. 22

[2] GINSBORG P., Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino, 1989, p. 328

[3] Aldo Grasso, Storia della televisione italiana, Garzanti, Milano, p. XXXI

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