Com’era la tv di una volta

      Alla luce di quanto affermato nel precedente articolo, a fungere, dunque, da spartiacque tra la nuova e la vecchia televisione è stata la nascita della tv privata, rea, se così si può dire, di aver contagiato con le sue scelte e le sue forme la cosiddetta tv di Stato, abbassandone fortemente i livelli di qualità. Per effetto del regime di concorrenza, è cambiata la funzione stessa della televisione pubblica che, per non restare al passo e vedersi superata negli indici di ascolti dalla TV commerciale, non si è curata più di mantenere in piedi la tradizionale funzione pedagogica. Prima del 1976 la televisione italiana, infatti, muovendo dal presupposto di essere un servizio pubblico, puntava a realizzare programmi, che appartenevano a generi e ad orari ben precisi e che erano finalizzati a “catturare e/o conservare il consenso degli spettatori-cittadini che dalla tv traevano le notizie (e, soprattutto, il modo di valutarle), un sano divertimento (su cui interveniva un’oculata censura) e una infarinatura di cultura popolare ma seria.”[1]

       Insomma, la tv come “servizio pubblico” venne pensata non solo come occasione di “intrattenimento”, ma anche come strumento di “educazione e informazione”. Infatti, si riteneva ch’essa potesse aiutare a combattere l’ignoranza derivante dal diffuso analfabetismo. E di fatto essa contribuì a creare una lingua nazionale molto più di quanto sia stata in grado di fare negli stessi anni la scuola dell’obbligo. “Si è trattato di un fenomeno di proporzioni enormi che ha accelerato i ritmi della vita sociale italiana in maniera decisiva: i secoli si sono compressi in anni, gli anni in mesi, i mesi in ore”.[2]

       Negli altri Paesi europei invece la tv può già contare su un livello medio di scolarizzazione. Anche coloro che non leggono alcun quotidiano o libro hanno la possibilità di informarsi su quanto accade nel mondo. Certo, nei primi anni, quando il numero degli abbonati è ancora piuttosto basso, accade che nelle case in cui c’è un televisore o nei ritrovi pubblici si raccolga il vicinato per vedere la tv; che è uno dei ricordi più vivi dell’infanzia di chi scrive. Il costo dell’apparecchio televisivo era tale che pochissime famiglie allora se lo potevano permettere. Quando la televisione comincerà ad entrare nelle case degli Italiani, essa assumerà quel carattere, definito da P. Ginsborg, storico dell’età contemporanea, “fondamentalmente atomizzante”. Cioè, “mano a mano che le famiglie si dotavano di un proprio apparecchio, l’abitudine di guardare la televisione al bar o dal vicino di casa tendeva a scomparire; nei nuovi palazzi alle periferie della città, ognuno guardava la televisione a casa propria. Questo impressionante sviluppo accentuò naturalmente la tendenza ad un uso passivo e familiare del tempo libero, a scapito, di conseguenza, dei passatempi a carattere collettivo e socializzante”.[3]

        La serata di punta della neonata tv era costituita dalla prosa del venerdì, e il primo divo della tv fu Giorgio Albertazzi, che vi leggeva delle novelle. Mentre il tanto atteso programma del sabato sera era Il Musichiere che, nato nel 1957, si protrasse per ben 90 puntate e in esso i concorrenti dovevano riconoscere un brano musicale ascoltando solo le sue prime note e correre per dare la risposta. Inizialmente i programmi duravano in tutto solo 4 ore. La pubblicità non esisteva: “Carosello”, la famosa trasmissione interamente dedicata alla pubblicità-spettacolo, prenderà il via nel ‘57. Nei giorni feriali le trasmissioni iniziavano alle 17,30 con la “Tv dei ragazzi” (che durava 1,30 minuti); poi s’interrompevano, per riprendere col tg delle 20,45, e durare sino alle 23 con la replica del tg. La domenica invece s’iniziava alle 11.

          Nel ’61 nacque il secondo canale. La giornata televisiva si prolungò fino a quasi 11 ore. Dal ’54 al ’61 la quota di programmi dedicati allo spettacolo si abbassò dal 51% al 21,8%, mentre quella culturale salì dal 21% al 48,8% (stabile quella informativa: 30%). Col termine “cultura” s’intende in tv la fiction di tipo teatrale: prosa, lirica, originali tv, racconti e romanzi sceneggiati. Mentre assai pochi risultavano i film, i telefilm, i cartoni, anche perché i produttori non erano disposti a concedere alla tv i diritti di trasmissione. Molti i classici letterari trasmessi in tv: Delitto e castigo, Orgoglio e pregiudizio, L’idiota, Umiliati e offesi, Piccolo mondo antico, proprio perché la cultura di tendenza veniva considerata quella umanistica.  A. Grasso, a tal proposito, ha affermato quanto segue: “con molta serenità, qualunque sia l’opinione che nel corso del tempo ciascuno di noi abbia formulato sui vertici dell’azienda, dobbiamo riconoscere che la RAI dei primi anni Sessanta rimane il più formidabile progetto culturale elaborato dal pensiero cattolico in Italia nel campo della comunicazione”.[4]

       I film venivano sempre introdotti da una breve presentazione; si trattava di titoli mai recenti e non sempre di grande interesse. Nel ’59 si ridurranno a 86 titoli in tutto. Una pratica questa che, vista col senno del poi, si rivelerà utilissima per la salvaguardia, non solo della qualità cinematografica (dal momento che i pochi film selezionati erano accuratamente scelti, tenendo presente, oltre che la qualità intrinseca del film proposto, la varietà propria del pubblico televisivo, diverso sia per età che per livello socio-culturale), ma anche del cinema delle sale, i cui interessi commerciali non subirono effetti devastanti, come accadrà invece nell’epoca della neo-tv, durante la quale la quasi totalità delle sale cinematografiche di provincia – dopo la breve parentesi dei film a luci rosse, che servirono a mantenerle in vita per qualche anno ancora –  furono costrette a chiudere i battenti per la devastante concorrenza televisiva.

        Ciò che a quei tempi rendeva la tv molto popolare era comunque l’intrattenimento. Uno dei programmi che riuscì a scatenare entusiastici consensi fu “Lascia o raddoppia?”, nato su imitazione di un programma francese. Un altro spettacolo di grande successo è stato “Un due e tre“, i cui protagonisti, i comici Tognazzi e Vianello, furono espulsi dalla Rai per aver preso in giro il Presidente della Repubblica. Ma la trasmissione più seguita di tutte, a differenza di oggi, restava sempre il telegiornale, seguito dal 70% degli utenti.

        Sul piano politico la gestione della Rai era democristiana. Il principio-guida a cui risultava ispirata la logica del tempo era il seguente: “I partiti hanno i giornali, il governo ha la Rai”. Fino al 1960 nessun leader di partito ha mai parlato in tv. Col senno del poi e facendo una comparazione tra la tv di allora e quella di oggi, bisogna rilevare che la televisione del periodo in esame, rispetto a quella odierna, interamente dominata dalla logica della lottizzazione partitica, è stata per certi versi ideologicamente meno invadente e più rispettosa degli altrui orientamenti. Insomma, è il caso di concludere che, per quanto riguarda la realtà televisiva, “si stava meglio, quando si stava peggio”; per non parlare degli odierni talk show politici, faziosi al massimo e di continuo protesi ad estremizzare le diverse posizioni attraverso l’elevazione dei toni e le immancabili liti.    

 

 

 

      

[1]LIVOLSI  M., La realtà televisiva. Come la Tv ha cambiato gli italiani, Laterza, Bari, 1998, p. 22

[2] GRASSO A., Storia della televisione italiana, Garzanti, Milano, 2004, p. 765

[3] GINSBORG P., Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino, 1989, p. 328

[4] Ibidem, p. XXXI

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