Il contesto geopolitico dei flussi migratori

Per comprendere le ragioni di un fenomeno tra i più complessi della nostra epoca, come quello delle migrazioni, che ha raggiunto le più vaste dimensioni negli anni compresi tra il 2014 e il 2017, occorre delineare i tratti fondamentali del contesto storico geopolitico nel quale lo stesso ha avuto origine, chiarendo nel contempo in che cosa lo stesso si differenzia dalle precedenti ondate migratorie. Una di queste, come i lettori meno giovani facilmente ricorderanno, proveniva dai Paesi dell’Est a seguito della caduta dei regimi comunisti ed era dettata da ragioni prettamente economiche, mentre i flussi più recenti sono costituiti, oltre che dai cosiddetti migranti economici, da profughi e rifugiati, da coloro cioè che scappano dalle guerre civili e dalle violente dittature, le quali costringono interi nuclei familiari a sfollare e a trovare rifugio da qualche parte.

            Non si tratta, dunque, della cosiddetta emigrazione fisiologica, dettata dal bisogno, dalla miseria e dalla legittima aspirazione a migliorare la propria condizione economica e che da sempre ha accompagnato la storia dell’uomo. Oltretutto, l’accentuata e continua mobilità dei giorni nostri rientra in un fenomeno, ancor più vasto, che è quello della globalizzazione, la quale, se da un lato “è essenzialmente un’espansione della modernità dall’ambito europeo-occidentale al mondo intero”, dall’altro ci mostra che, “milioni di persone, in Africa, in Asia meridionale, in America Latina, sono costretti dalla povertà ad abbandonare i propri paesi e a migrare verso le aree più ricche del mondo”[1].

        Le migrazioni ultime risultano determinate soprattutto dalla fortissima crisi geopolitica mediorientale, al centro della quale emerge la sanguinosissima guerra civile siriana, che ha spinto dai quattro ai cinque milioni di persone a trovare rifugio in Turchia, in Libano, in Giordania, in Iraq e in Germania.   Un aspetto non meno interessante sotto il profilo geopolitico è quello relativo all’avvento delle primavere arabe che, dopo aver suscitato più di un’aspettativa riguardo alla maggiore stabilizzazione dell’area mediterranea e medio-orientale, non si è tradotta di fatto che in qualche misero risultato e in un grave peggioramento della situazione, specie per quanto riguarda la Libia.

  La prima rivolta scoppiò il 17 dicembre 2010, in seguito alla protesta estrema di un venditore ambulante tunisino, Mohamed Bouazizi, che si diede fuoco in seguito ai maltrattamenti subiti da parte della polizia e il cui gesto innescò l’intero moto di rivolta tramutatosi nella cosiddetta Rivoluzione dei Gelsomini. Per le stesse ragioni, un effetto domino si propagò ad altri Paesi del mondo arabo e della regione del Nord Africa. I sommovimenti in Tunisia portarono il presidente Ben Ali, dopo venticinque anni al potere, alla fuga in Arabia Saudita. In Egitto, le imponenti proteste iniziate il 25 gennaio 2011, dopo diciotto giorni di continue dimostrazioni, accompagnate da vari episodi di violenza, costrinsero alle dimissioni il presidente Mubarak, anch’egli ininterrottamente al potere per un intero trentennio. In Libia Mu’ammar Gheddafi, da 42 anni al potere, dopo una lunga fuga da Tripoli a Sirte, fu catturato e ucciso dai ribelli il 20 ottobre 2011.

       Un discorso a parte va fatto per la Siria, dove la sommossa sfociò di lì a poco in una terribile guerra civile. Negli anni 20112012 un moto di contestazione, simile a quelli che si svolsero nel resto del mondo arabo nello stesso periodo, esplose in numerose città della Siria. Le proteste, che assunsero connotati violenti sfociando in sanguinosi scontri tra polizia e manifestanti, avevano l’obiettivo di spingere il presidente siriano Bashar al-Assad ad attuare le riforme necessarie per dare un’impronta democratica allo Stato. Tuttavia, in virtù di una legge del 1963 che impediva le manifestazioni di piazza e che fu, seppure formalmente, revocata solo dopo diverse settimane di scontri, il regime procedette a sopprimere con violenza le dimostrazioni messe in atto dalla popolazione, provocando vittime sia tra i manifestanti che tra le forze di polizia. Il passo dalla pacifica ribellione popolare alla guerra civile fu breve. Accadde così che le rivolte della primavera araba, che avrebbero dovuto portare a governi politici democratici, videro fallire il loro obiettivo principale, nel senso che i regimi sorti al loro posto possono considerarsi tutt’altro che dei veri e propri modelli di democrazia.

            È pur vero, tuttavia, che paesi che sono stati per lungo tempo sotto un regime dittatoriale risultano in qualche modo segnati dal modello autoritario al quale sono stati abituati sia dal punto di vista ideologico che da quello morale e comportamentale. Oltretutto, nella fase di transizione, i ceti sociali estromessi dal potere cercano in ogni modo di mantenere i propri privilegi, mentre le istituzioni continuano a funzionare come sempre. La frase che era spesso pronunciata nelle strade del Cairo dopo la caduta del dittatore del 2011 era la seguente: “Mubarak è andato, ma dovrà passare ancora molto tempo perché se ne vada pure il mubarakismo[2]. Oltretutto, la maggior parte della popolazione dei Paesi della cosiddetta Primavera araba, a causa della lunga esperienza fatta sotto i regimi autoritari, non sono portati ad apprezzare affatto la forma democratica di governo e non si preoccupano di altro che del proprio benessere sociale ed economico, perché alla democrazia bisogna essere allenati ed educati, per apprezzarne il valore. E, d’altra parte, non ci si può certo improvvisare democratici dalla sera alla mattina, come stanno a dimostrare gli epiloghi delle primavere arabe.

      Un altro importante fattore del contesto storico geopolitico dei flussi migratori è costituito dalla crisi economica che, da più di un decennio, ha investito i cosiddetti paesi ricchi del mondo occidentale e, in particolare modo, l’Europa, meta ormai fissa e obbligata dei migranti. Certo, detta crisi non favorisce lo spirito di accoglienza; alimenta piuttosto l’atteggiamento ostile nei confronti del fenomeno migratorio, dal momento che, non essendoci alcuna possibilità di offrire occupazione ai numerosi nuovi arrivati, si è indotti a temere che gli stessi non possano che accrescere la manovalanza della delinquenza. Si pensi, ad esempio, al disagio creato dallo scorrazzare di tanti migranti nelle periferie delle città e nei piccoli Centri, la qualcosa è all’origine del diffondersi dell’ostilità e della diffidenza verso gli stranieri e delle proteste contro le autorità che non avrebbero fatto nulla per impedire il diffondersi di fenomeni del genere.

     Altro non meno importante fattore dell’attuale contesto è rappresentato dal terrorismo internazionale, il quale ha mostrato la propria forza distruttrice, attraverso più episodi avvenuti negli ultimi anni in vari paesi d’Europa, seminando odio e terrore. Il timore è che tra le orde di miserabili che giungono sui barconi si possano nascondere anche terroristi di varia specie che vengono in Europa ad organizzare stragi e attentati o a fondare cellule di attacco ai nostri sistemi. Si sa, l’intento di questi gruppi terroristici che s’ispirano all’Isis e sono da esso organizzati è quello di seminare terrore e di costringere le popolazioni delle democrazie occidentali a rinunciare al loro normale modo di vita e ad adottare misure preventive che limitino la loro libertà di movimento. Tutto ciò non fa che contribuire a diffondere sempre più atteggiamenti di chiusura nei confronti dei flussi migratori e a far guardare ogni straniero come un possibile o potenziale terrorista.

                 Quali concrete misure possa l’Europa adottare per fronteggiare la grande sfida dei flussi migratori, sarà l’oggetto della prossima riflessione. 

                 

              

                  

[1] Danilo Zolo, Globalizzazione. Una mappa dei problemi, Laterza, Bari 2009, p. 15

[2] Ana Maria Gajdo, Primavera araba, l’ondata dell’impossibile democratizzazione, Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione, Sapienza, Università di Roma, web, p. 127

1 Commento

  1. Sì, il contesto è questo; bisognerebbe poi vedere cosa questo ha nascosto e nasconde, il ruolo determinante degli imperialismi di occidente ed oriente, il lavoro dei loro servizi; occorrerebbe, ma non è semplice, stabilire le precise connessioni tra i poteri che agiscono nelle zone di guerra e gli interessi del capitale globale. Senza accertare (o ipotizzare) questo non possiamo indicare soluzioni adeguate.

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